Ma davvero la Scuola educa alla Felicità?


Neuroscienze e psicologia lo confermano: la felicità è un’abitudine che si impara fin da piccoli, nel momento in cui il cervello attraversa la sua massima fase di plasticità.

Come interviene la scuola? Ne abbiamo parlato il 30 settembre a Milano presso la sede della Scuola di Palo Alto durante la tavola rotonda Ma davvero la scuola educa alla felicità? Progetti ed esperienze a confronto insieme a docenti, dirigenti scolastici, a una pedagogista e alla direttrice della rivista Vero Salute.

All’incontro coordinato dal Presidente della Scuola di Palo Alto, Marco Masella e dalla giornalista Maria Angela Masino hanno partecipato:

  • Francesca Albertario, pedagogista;
  • Laura Avalle, direttrice Vero Salute;
  • Elisabetta Bertocchi Direttrice didattica dell’Istituto Achille Ricci;
  • Massimo Di Salvatore, docente di Italiano, Latino e Greco presso il Pontificio Collegio Gallio di Como;
  • Valentina Garzia, Insegnante di scuola primaria e Supervisore tirocinio docenti Università Bicocca, Istituto Scarpa;
  • Laura Maiocchi Congregazione delle Suore di Santa Marta;
  • Gabriele Mossi, Fratello delle Scuole Cristiane, professore di storia filosofia e religione, educatore all’Istituto Gonzaga;
  • Luisa Pesavento, docente di lettere e supervisore tirocinio
  • TFA (tirocinio formativo attivo) alla Università Cattolica; Ermanno Ripamonti, Dirigente Scolastico Scuola Primaria Istituto Buon Pastore;
  • Stefano Sangalli, coordinatore del Bienno del Liceo Classico e Scientifico, Istituto Salesiano Sant’Ambrogio;
  • Professor Michele Saporiti, coordinatore del dipartimento creativo della Scuola Internazionale Andersen.

Ma davvero la Scuola educa alla Felicità? – Interventi

 

Francesca Albertario.

Francesca AbertarioPer noi adulti, può risultare difficile comprendere cosa sia la felicità, ma se ci fermiamo a riflettere e osserviamo un bambino o un ragazzo possiamo capire immediatamente cosa e chi gli trasmette felicità. Nel caso dei piccoli è lo sguardo verso la mamma, rispetto agli adolescenti pensiamo alla gioia di una ragazza che ha appena incontrato il ragazzo di cui è innamorata! Entrambe le situazioni hanno in comune l’amore – ossia il legame affettivo, la relazione – che consente di affrontare la vita con speranza e forza.
 Ora, la scuola rappresenta per il bambino, il ragazzo il luogo per eccellenza all’interno del quale sperimentare le proprie capacità relazionali e sociali.
E allora cosa può fare questa istituzione per educare alla felicità?
Quattro cose.
Prima: l’insegnante attraverso la propria materia deve trasmettere passione.
Seconda: la scuola non può e non deve lasciar soli i propri insegnanti: il rischio è la perdita di entusiasmo nel proprio lavoro, con una ricaduta immediata e negativa sui ragazzi.
Terza: i genitori stessi possono essere in difficoltà nel sostenere le diverse prove a cui i propri figli li sottopongono, soprattutto se si trovano soli ad affrontare tale compito. Per questo motivo la scuola può essere lei stessa promotrice di percorsi di gruppo, condotti da professionisti dell’educazione, all’interno dei quali ogni madre e padre può esplorare le proprie aspettative e confrontarsi con quelle degli altri.
Quarto: far sentire protagonisti i ragazzi che così riescono con più forza a condividere con genitori e insegnanti il percorso educativo.

 
Laura Avalle.

Laura Avalle La scuola prepara a diventare adulti felici se ci aiuta a rispondere alla domanda: chi sono?
La mia esperienza è stata felicemente segnata da un incontro speciale, quello con la mia maestra delle elementari che “mi ha colto”, intendo dire che ha capito quali erano le mie potenzialità e i miei talenti e ha lavorato su quelli. Anche quando al liceo e all’università ho vissuto momenti difficili, anche quando la vita sembrava remare contro i miei sogni, lei, la mia maestra, non ha mai smesso di credere in me, nella mia capacità di raggiungere l’obiettivo: fare la giornalista che per me significava e significa realizzazione, completezza. A scuola ero una bambina che faticava anche dal punto di vista relazionale a causa della timidezza, ma la mia insegnante mi ha sempre spinto ad avere fiducia in me stessa e spesso riusciva a schermarmi dai miei compagni che mi prendevano in giro. Così non mi sentivo sola. Associo alla parola felicità, ancora oggi, la sua figura, le sue parole, il suo esempio, la sua caparbietà, la sua gioia.

 

 

 

Elisabetta Bertocchi. Nel prepararmi a questo incontro mi sono chiesta che cosa fosse per me la felicità ma dato che in questo momento, per esperienze personali è difficile rispondere alla domanda ho chiesto ai miei figli: “che cos’è per voi la felicità’?”. Il mio bambino più piccolo ha risposto: “Per me la felicità è fare un goal durante una partita di calcio…”. Subito la risposta mi ha fatto sorridere, poi ci ho pensato e ho preso quest’immagine come metafora: la felicità è fare un goal nella vita, è centrare il bersaglio. La scuola credo abbia un ruolo fondamentale in questa prospettiva perché è il luogo dove si rielaborano i nostri vissuti, fondamentale traccia per imparare a conoscerci, a farci conoscere e a intraprendere il percorso vero la meta che vogliamo raggiungere.
Non basta aver fatto delle esperienze, bisogna capire come queste ci hanno cambiato, cosa ci hanno lasciato di importante e se è possibile condividerle per riuscire a fare goal. Infine, la scuola dovrebbe accogliere tutti, ciascuno con la propria individualità, in particolare i bambini che incontrano difficoltà, anche loro devono poter fare un bel goal! Sono tanti i mezzi ‘tecnici’ per poter intervenire: strumenti didattici, supporti multimediali, la collaborazione di logopedisti e psicologi, un’offerta formativa ricca e stimolante.
C’è di più: mai dimenticare che a fare la differenza sono gli adulti: insegnanti e genitori. Figure che devono avere a cuore i ragazzi!

 

 

Massimo Di Salvatore.

La scuola, insieme alla famiglia, dovrebbe poter aiutare il ragazzo a rispondere almeno a una delle cruciali domande che riguardano la sua vita:
Sono sufficientemente responsabile del desiderio che mi anima?
Sono capace di incarnarlo, di non tradirlo, di farlo esistere?
Felicità è saper dare un senso al proprio tempo. All’inizio, questo senso si può trovare solo o prevalentemente nell’incontro quotidiano con i coetanei e amici. A patto che, almeno a scuola, ci si trovi davanti alla presenza di un adulto, capace di ascoltare, ma anche di pretendere qualcosa all’interno di un lavoro di progettazione e costruzione comune. Importante che da parte del docente non ci sia un programma scolastico da svolgere calato dall’alto, preesistente e preconfezionato, ma un vero programma culturale, di ricerca, costruito con la propria classe nel corso dell’anno nella propria disciplina, assegnando a ciascuno studente un ruolo e una responsabilità, sul campo, con cose chiare da fare e soprattutto domande reali che esigono risposte, elaborate in un clima di dialogo capace di accogliere il contributo di tutti. In questo caso, felicità è condividere la fatica, imparando a riconoscerne i frutti positivi, con il sentimento chiaro della propria partecipazione, in un clima di fiducia, responsabilità personale e rispetto.
Educare alla felicità, dunque, significa prima di tutto per me riuscire a dare un senso concreto, un significato chiaro al tempo che si trascorre nelle aule scolastiche, a quello che vi si fa. Per ottenere questo, molte materie richiedono certamente una ristrutturazione e un ripensamento dei loro statuti, così come, più banalmente, delle loro scansioni. Diversamente, la scuola rischia di apparire ai ragazzi come la brutta replica dell’alienazione contro cui certi meccanismi sociali li schiacciano fin dalla più tenera età. Nota bene: realizzare sé stessi non può significare altro che cercare di scoprire chi siamo, le nostre debolezze e i nostri punti di forza. Processo, questo, continuo e mai definitivo. In ultimo, mi piace ricordare una bellissima frase di Goethe che sintetizza bene una dinamica fondamentale di fiducia, via di felicità possibile, nella scuola e non solo: “Se si tratta una persona come sembra che essa si meriti di essere trattata, la si rende peggiore, ma se la si tratta come se fosse ciò che potenzialmente potrebbe essere la si fa diventare ciò che dovrebbe essere.” Come dire: non produce felicità l’essere costantemente accuditi e protetti, preservati da ogni possibile ostacolo o trauma. La migliore conoscenza di sé è relazione comunicativa, apertura alla diversità del mondo.

 

 

Valentina Garzia.

Valentina GarziaLa scuola educa alla felicità se promuove un ambiente dove si sta bene, dove si condividono regole e voglia di imparare, dove si lavora con fiducia ed entusiasmo. I miei alunni, bambini della primaria, sostengono di essere felici quando si gioca, quando si raccontano storie, quando si fa, quando si realizza qualcosa.
Attraverso la mia esperienza posso dire che la scuola può rendere felici ragazzi e docenti se è un luogo dove si sta insieme per apprendere, per costruire, leggere, scrivere, creare tenendo sempre presente che gli allievi non sono “vasi” da riempire, ma persone con i loro punti di forza e debolezza.
E la scuola ha proprio il compito di favorire il processo di conoscenza di noi stessi che poi ci aiuterà a progettare, “giocare” nella vita.

 

 

Laura Maiocchi.

Lara MaiocchiAlla domanda ho istintivamente risposto: no, la scuola non educa alla felicità.
Infatti da docente e da genitore dico che purtroppo l’ambiente scolastico è troppo spesso un luogo dove ci si scontra con l’incompetenza, il pregiudizio, la categorizzazione, la generalizzazione.
Però penso anche che compito della scuola non sia quello di educare alla felicità (vedi soddisfazione dei bisogni), ma far scaturire il desiderio di felicità, far nascere e esprimere le domande di significato sulla vita, favorire uno sguardo a 360 gradi sulla realtà, tale da non escludere nulla.
Anzi, capace di consentire ai ragazzi di cogliere sempre il significato e di paragonarlo con il loro io profondo. Questa impostazione mi permette di guardare i miei alunni con gioia e benevolenza, con l’intento di mettere in campo, per quanto sono capace, tutto ciò che “serve”, affinché la loro mattinata scolastica sia un’occasione unica e positiva per la loro crescita. Per farlo devo pensare che anche loro, come me, hanno una storia, dei sogni, dei desideri, ma anche dei limiti, delle fragilità e tante potenzialità. In questi quasi 25 anni di insegnamento ho imparato tanto dai miei alunni e con molti di questi (che ora sono anche genitori…) ho ancora oggi un buon rapporto!

 

 
Gabriele Mossi.

Sotto il profilo biologico e fisico felicità è godere delle buone cose della vita, anche se molti la riducono a piaceri materiali con un edonismo che aliena e distrugge. Sotto il profilo psicologico felicità è appagamento di desideri con forti emozioni, sentimenti, affetti. Sotto il profilo filosofico l’eudaimonìa aristotelica è vita riuscita, piena realizzazione di sé.
Sotto il profilo spirituale e religioso i cristiani aspirano alla somma felicità della Grazia, vita di Dio Amore e gioia intima. Felicità è conquista della nostra fede, pegno della nostra speranza, premio della nostra carità.
L’Istituto Gonzaga, scuola di La Salle, incoraggia la ricerca personale e comunitaria della serenità e della felicità con un’educazione intesa a far crescere persone mature, professionisti di valore, cittadini responsabili, cristiani autentici e credibili, non a parole ma come “testimoni” della sacralità dell’uomo. Scuola che sa “toccare il cuore” dei giovani con la fermezza del padre e la tenerezza della madre – perché senza amore non c’è pedagogia né didattica. Il nostro Istituto coltiva il senso dei valori come l’autostima, l’essere sé stessi, l’accettarsi con i propri limiti senza fingere e ostentare, in un clima di libertà, sincerità, coraggio, relazioni di amicizia vera. La scuola, grazie a una cultura di qualità, “non cura solo il sapere ma il saper vivere”, incoraggia uno stile di vita dignitoso, sprona al successo con una sana emulazione e il desiderio di diventare “qualcuno”, orienta alla professione futura… Educa alla serenità e alla felicità un Gonzaga che incoraggia sane abitudini, appaga desideri, affina sentimenti, accende lo stupore del vero del buono del bello, sviluppa al meglio le attitudini personali e sociali, ma soprattutto promuove valori umani trasfigurati dal Vangelo con la speranza nella gioia eterna.

 

 

Luisa Pesavento.

Luisa Pesavento Non si insegna a essere felici, si può imparare a riconoscere la felicità: così è possibile entrare meglio in relazione con chi ci circonda. La scuola dovrebbe favorire questa consapevolezza emozionale che ci consente di sapere cosa stiamo provando in quel momento, quali emozioni ci entusiasmano o rattristano. Questo processo di autoconsapevolezza permette di spaziare su orizzonti più ampi, di acquisire una mentalità più flessibile, di uscire da labirinti che limitano le nostre possibilità espressive. Individuare rabbia, gioia, allegria ci aiuta a stare meglio, a elaborare con più facilità le soluzioni utili a uscire dai problemi, a cercare pensieri creativi che restituiscono senso ai nostri progetti, ma anche a quel che stiamo facendo. In questo senso la scuola, secondo me, prepara alla felicità!

 

 

Ermanno Ripamonti.

La scuola deve aiutare l’alunno ad imparare a leggere positivamente (scoprendone cause, significati, ragioni e senso) gli accadimenti della vita, grazie a competenze di discernimento critico e di contestualizzazione, per l’avvio di un processo di resilienza spesso necessario e senza il quale non è possibile pretendere una felicità almeno sostenibile, cioè realisticamente attuabile nel tempo della propria vita.
In altre parole una scuola attenta alla specificità e alla diversità di ogni suo alunno e che voglia concorrere all’avvio della sua realizzazione di sé con modalità educative secondo principi di personalizzazione della proposta educativa-conoscitiva, deve impostare la propria pedagogia, didattica e offerta formativa secondo la logica della risposta ai bisogni educativi speciali per tutti, indipendentemente dal fatto che tali bisogni siano o no diagnosticati da specialisti a causa di patologie o condizioni socioculturali sfavorenti. Questo è rispettare i tempi e i modi di evoluzione della persona-alunno reale a cui non si chiede di clonarsi o omologarsi ad uno stereotipo.
Tre condizioni sono fondamentali.
1) La presenza di adulti significativi, “alfabetizzati” emotivamente, che sappiano alfabetizzare gli alunni a riconoscere, comprendere e vivere le proprie emozioni.
2) Educare alla speranza, giustificata dalla bellezza del cambiamento e dalla ricchezza della diversità e non mortificata dalla noia della ripetitività e dalla pretesa di acquisizioni mnemoniche e conformiste rispetto al pensiero del docente e al contenuto del libro che non concorrono certo alla cultura dell’alunno.
3) Corretto “attaccamento” esperimentato dall’alunno nella sua prima infanzia, indispensabile per avere fiducia in sé stessi e negli altri. L’equilibrato mix di questi tre fattori consente di raggiungere giuste competenze sociali e affettive, senza le quali è difficile essere felici.

 

 

Stefano Sangalli.

Non esiste una educazione alla felicità: esiste l’educazione alla persona, della persona. La felicità è un cammino personale, un’esperienza intima. La felicità non è un obiettivo, qualcosa da raggiungere, ma è un essere felici, dentro la nostra vita. Il passaggio chiave è proprio questo: permettere a una persona di appropriarsi di sé, della propria identità, perché possa vivere una vita felice.
La scuola può fare molto perché intercetta persone in età evolutiva e le accompagna nel percorso di crescita personale, a diversi livelli e con diversi obiettivi. La proposta della scuola salesiana che sono chiamato a rappresentare è quella di formare-educare “buoni cristiani e onesti cittadini”. Un elemento chiave del nostro sistema educativo è quello che viene definito” l’educazione di ambiente”: per un ragazzo o ragazza la frase chiave per stare bene è: “mi sento a casa”. Don Bosco diceva: “l’educazione è cosa di cuore”. Perché chi sa di essere amato, ama; e chi è amato ottiene tutto, specialmente dai giovani. Non basta amare i giovani, bisogna che loro si sentano amati! Due sono le chiavi per educare alla felicità. Prima: i ragazzi devono incontrare adulti felici, cioè modelli positivi nella loro esperienza perché desiderino diventare a loro volta adulti felici. Seconda: l’ottimismo. Diceva Don Bosco: “non ho mai conosciuto un giovane che non avesse in sé un punto accessibile al bene (=qualcosa di positivo), facendo leva sul quale ho ottenuto molto di più di quanto desideravo”.

 

 

Michele Saporiti.

Il progetto formativo con il quale venne costituita, ormai 12 anni fa, la scuola Andersen, dove insegno, era quello di dare vita ad un luogo di crescita nel quale, al meglio del curriculum inglese e del curriculum italiano, potesse accompagnarsi un’attenzione specifica per lo sviluppo creativo dei bambini, sin dai primi anni di scuola. Questa intenzione si è tradotta nella creazione di un vero e proprio dipartimento creativo accanto a quello inglese e italiano, nel quale discipline solitamente accessorie nell’insegnamento sono parte integrante del percorso scolastico di ogni alunno. Mi riferisco ad Art and design, Music, Drama, Dance. Queste discipline sono insegnate da specialist teachers che vengono da molte parti del mondo. Un’offerta così ampia e sfaccettata ha permesso di poter realmente valorizzare le peculiarità di ogni bambino e ragazzo, mettendo alla prova e dando la possibilità a ognuno di coltivare le proprie attitudini. Per trovare una risposta alla non facile questione se la scuola sia in grado o meno di educare alla felicità, ho provato a chiedere a chi meglio di chiunque altro conosce la Andersen: i ragazzi. Posto di fronte alla domanda “che cos’è per te la felicità?” un bambino di dieci anni mi ha risposto così: “la felicità è un qualcosa che mi capita quando sto facendo”. E, come forse si sarà capito, alla Andersen International School i bambini hanno l’opportunità di fare moltissimo. Soltanto condividendo la curiosità, guardando ai problemi come un’enorme risorsa, mantenendosi in questo modo sempre un po’ simile a chi ha davanti, l’educatore continua ad imparare e a trasmettere, non un’idea di felicità, ma gli strumenti per costruirsene una su misura.

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